La sterilizzazione a ossido di etilene (EtO) è da decenni uno dei metodi più diffusi per trattare dispositivi medici e componenti che non tollerano il calore del vapore saturo. Secondo i dati diffusi dalla FDA nel 2024, circa la metà dei dispositivi medici che richiedono sterilizzazione negli Stati Uniti viene trattata con EtO. Eppure l’ossido di etilene è un gas tossico, infiammabile e classificato come cancerogeno, soggetto a rigorosi requisiti su emissioni, esposizione dei lavoratori e residui sul prodotto, con un quadro normativo in continua evoluzione.
In questo articolo vediamo come funziona un ciclo di sterilizzazione con ossido di etilene, quali sono i suoi limiti reali e quali tecnologie a bassa temperatura, a partire dal perossido di idrogeno vaporizzato (vH₂O₂), possono sostituirlo in tutto o in parte.
L’ossido di etilene (C₂H₄O) è un gas incolore a temperatura ambiente, altamente reattivo, appartenente alla famiglia degli epossidi. La sua azione sterilizzante si basa sull’alchilazione: la molecola reagisce con i gruppi amminici, carbossilici, sulfidrilici e ossidrilici di proteine e acidi nucleici, bloccando il metabolismo e la replicazione dei microrganismi, spore batteriche comprese.
Il vantaggio principale dell’EtO è la combinazione di bassa temperatura (in genere tra 37 e 63 °C) ed elevata capacità di penetrazione: il gas attraversa imballaggi porosi, film plastici permeabili e geometrie complesse come lumi lunghi e stretti. Per questo l’ossido di etilene per sterilizzazione si è imposto su cateteri, set infusionali, kit chirurgici, dispositivi in materiali polimerici e prodotti già confezionati nell’imballaggio finale.
Per ridurre il rischio di infiammabilità (il gas forma miscele esplosive con l’aria in un intervallo molto ampio) molti impianti utilizzano miscele di EtO e CO₂, con concentrazioni tipiche del 10% di ossido di etilene e 90% di anidride carbonica, oppure EtO puro in camere progettate per operare sotto vuoto e in atmosfera inertizzata con azoto.

Un ciclo di sterilizzazione con ossido di etilene è regolato dalla norma ISO 11135 e si articola in fasi ben definite:
Tra i principali parametri di processo da controllare e registrare figurano concentrazione del gas, temperatura, umidità relativa, pressione e tempo di esposizione. Il monitoraggio di routine si affida a indicatori biologici con spore di Bacillus atrophaeus e a un indicatore per ossido di etilene di tipo chimico (ISO 11140-1), che vira colore in presenza del gas: il viraggio conferma l’esposizione al processo, non la sterilità del prodotto. Per i dispositivi medici il rilascio parametrico è possibile solo se il processo è convalidato secondo requisiti specifici (ISO 11135 e ISO/TS 21387), mentre in ambito farmaceutico l’Annex 1 richiede indicatori biologici a ogni ciclo. L’obiettivo, come per ogni processo di sterilizzazione terminale, è un Sterility Assurance Level (SAL) di 10⁻⁶.
Impianti di sterilizzazione a ossido di etilene per uso industriale, come la serie DLOG di De Lama, integrano camera, sistemi di dosaggio del gas, controllo dell’umidità e abbattimento delle emissioni in un’unica architettura progettata secondo cGMP.
La versatilità dell’EtO ha un prezzo. I limiti riguardano la sicurezza delle persone, il rispetto delle norme e la produttività dell’impianto.
Perché l’ossido di etilene è cancerogeno? La stessa capacità di alchilare il DNA che lo rende efficace contro i microrganismi lo rende genotossico per l’uomo. L’IARC lo classifica nel Gruppo 1 (cancerogeno certo per l’uomo) e il regolamento europeo CLP lo classifica come cancerogeno e mutageno di categoria 1B. Nell’Unione Europea il valore limite di esposizione professionale è di 1 ppm (1,8 mg/m³) su 8 ore, e in Italia l’uso ricade nel Titolo IX del D.Lgs. 81/2008 sugli agenti cancerogeni.
Sul fronte del prodotto, i residui di EtO e di etilencloridrina (ECH) devono rispettare la ISO 10993-7, la cui terza edizione (aprile 2026) aggiorna la derivazione dei limiti ammissibili e le condizioni di estrazione in funzione della popolazione di pazienti e della durata d’uso, e ammette la valutazione del rischio per stabilire limiti specifici per il dispositivo.
Nel farmaceutico, l’EU GMP Annex 1 privilegia la sterilizzazione terminale con calore e indica che la sterilizzazione con ossido di etilene va utilizzata solo quando non è praticabile un altro metodo, chiedendo di dimostrare l’assenza di effetti dannosi sul prodotto e un’adeguata rimozione dei residui. Sul fronte ambientale, le emissioni degli sterilizzatori a EtO sono soggette a rigorosi requisiti di controllo, con un quadro normativo ancora in evoluzione, anche negli Stati Uniti.

Un ciclo a ossido di etilene, sommando precondizionamento, esposizione e aerazione, può richiedere, a seconda del carico e dell’impianto, da meno di un giorno fino a diversi giorni prima che il lotto sia rilasciabile. A questo si aggiungono la gestione delle bombole o dei serbatoi di gas, i sistemi di abbattimento, i monitoraggi ambientali e le analisi dei residui. Per molte aziende il risultato è un collo di bottiglia logistico e, spesso, la dipendenza da centri di sterilizzazione esterni.
Quali sono le alternative all’ossido di etilene? Nessuna tecnologia è un sostituto universale, ma due famiglie coprono gran parte delle applicazioni: il perossido di idrogeno vaporizzato e le radiazioni ionizzanti.
La sterilizzazione a perossido di idrogeno vaporizzato opera a temperature comprese indicativamente tra 25 e 55 °C. Il vH₂O₂ agisce per ossidazione di proteine, lipidi e acidi nucleici e, al termine del ciclo, si decompone in acqua e ossigeno. Non lascia residui di EtO o ECH e la rimozione dello sterilizzante avviene all’interno del ciclo, senza celle di aerazione esterne; l’assenza di perossido residuo sul prodotto viene comunque verificata in convalida. I cicli si misurano in ore, non in giorni.
L’8 gennaio 2024 la FDA ha riconosciuto il vH₂O₂ come metodo di sterilizzazione consolidato di Categoria A, allo stesso livello di vapore, calore secco, EtO e radiazioni. È stato un passaggio chiave per le aziende di dispositivi medici che vogliono ridurre la dipendenza dall’ossido di etilene.
Il limite storico del perossido di idrogeno riguarda la penetrazione in carichi densi, lumi e imballaggi multipli. È qui che fa la differenza il vuoto spinto: la tecnologia brevettata HyPerPure® sotto vuoto spinto di De Lama, per esempio, è in grado di sterilizzare attraverso almeno 4 strati di Tyvek®, rendendo possibile il trattamento di prodotti confezionati nell’imballaggio finale. Con HyPerPure® la cellulosa e i materiali porosi non rappresentano un limite: indumenti per camera bianca (garments), carta medicale e tessuti vengono sterilizzati regolarmente. L’unico materiale da evitare è il cartone a doppia onda, che intrappola il perossido e fa da barriera durante la fase di iniezione: lo sterilizzante impiegherebbe troppo tempo per penetrare il prodotto e troppo tempo per essere rimosso nel degasaggio, rendendo il processo poco efficiente. I liquidi, invece, non possono essere sterilizzati con il vH₂O₂, perché il perossido non vi penetra.

La sterilizzazione con raggi gamma (sorgenti di cobalto-60) e con fascio di elettroni (e-beam), regolata dalla ISO 11137, avviene a temperatura ambiente e non lascia residui chimici. I raggi gamma hanno un’elevata penetrazione e trattano pallet interi; l’e-beam è molto più rapido ma penetra meno e si adatta a prodotti a bassa densità.
I limiti sono legati ai materiali e alla logistica: alcuni polimeri, come il PTFE e determinate formulazioni di PVC e polipropilene, possono degradarsi, ingiallire o diventare fragili in funzione della dose, e l’irraggiamento richiede quasi sempre il conferimento a impianti esterni, con i relativi tempi di trasporto. I raggi X rappresentano un’evoluzione emergente con penetrazione simile ai gamma.
La scelta tra ossido di etilene e tecnologie alternative va fatta prodotto per prodotto, valutando tre dimensioni.
La tabella riassume le differenze principali. I valori sono indicativi: tempi, penetrazione e compatibilità dipendono da materiali, geometria, densità del carico e confezionamento.
| Ossido di etilene | vH₂O₂ sotto vuoto spinto (HyPerPure®) | Raggi gamma | E-beam | |
| Temperatura | 37-63 °C | 25-55 °C | Ambiente (con lieve riscaldamento del prodotto) | Ambiente (con lieve riscaldamento del prodotto) |
| Durata tipica | Da meno di 1 a diversi giorni, aerazione inclusa | Alcune ore | Ore (più trasporto) | Minuti (più trasporto) |
| Residui | EtO ed ECH, richiede aerazione | Si decompone in acqua e ossigeno; perossido residuo verificato in convalida | Nessuno | Nessuno |
| Pre-condizionamento | Sì (temperatura e umidità, fino a 24 ore) | No | No | No |
| Post-condizionamento | Sì (aerazione, da ore a giorni) | No (rimozione dello sterilizzante integrata nel ciclo) | No | No |
| Penetrazione | Molto alta | Alta | Molto alta | Limitata |
| Materiali critici | Prodotti sensibili all’umidità | Cartone a doppia onda; liquidi | PTFE, alcune formulazioni di PVC e PP | PTFE, alcune formulazioni di PVC e PP |
| Dispositivi con elettronica integrata (es. pacemaker) | Sì | Sì | No | No |
| Norma di riferimento | ISO 11135 | ISO 22441 | ISO 11137 | ISO 11137 |
| Installazione in-house | Sì, con vincoli di sicurezza | Sì | Raramente | Raramente |
| Impatto sullo spazio | Alto (celle di pre-condizionamento e aerazione, stoccaggio gas, abbattimento) | Basso | Alto (bunker schermato) | Alto (acceleratore e schermatura) |
Per approfondire le soluzioni disponibili, De Lama, con oltre 75 anni di esperienza nella sterilizzazione farmaceutica, propone una gamma di autoclavi a bassa temperatura progettate per carichi termosensibili. Una panoramica completa dei metodi è disponibile nella guida ai processi di sterilizzazione.

Sì. L’ossido di etilene è classificato come cancerogeno di Gruppo 1 dall’IARC ed è anche mutageno e irritante per occhi, pelle e vie respiratorie. Per questo gli impianti devono garantire camere stagne, abbattimento delle emissioni, monitoraggio ambientale e un’aerazione adeguata del prodotto, così che i residui rientrino nei limiti della ISO 10993-7.
Principalmente dispositivi medici termosensibili e confezionati: cateteri, set per infusione e dialisi, kit chirurgici monouso, suture, dispositivi con componenti elettronici o polimerici. Nel settore farmaceutico l’uso è più limitato e riguarda soprattutto componenti, contenitori e imballaggi primari.